Il rudere di Aldo … e buon 25 Aprile

Aldo raccontava spesso di quell’anno in cui si nascose in un rudere tra i boschi. Doveva accadere dopo quel settembre del 1943, quando anziché arruolarsi nella Repubblica di Salò, e non ancora convinto di mettere le sue competenze di alpino al servizio della Resistenza, attese, protetto da ardesie e faggi.

 

Poche informazioni trapelavano dai suoi racconti, ma quelle che più ci teneva a enfatizzare riguardavano due fatti: che ogni giorno suo padre Michele gli portava del cibo, risalendo un torrentello vivace e incassato, il Crosiglione, affluente del Cenischia, in Val di Susa, e che sperava tanto che Stefania ed io ritrovassimo quel rudere, a partire però da un’ingiallita mappa di chissà quando.

 

Aldo aveva sicuramente tante altre storie da raccontare su quel nascondiglio, ma non le conosciamo.

 

Dalla sua morte, nell’autunno del 2018, c’eravamo impegnati a ritrovare quel luogo, simbolo, almeno per noi, di un’epoca oltre che di un uomo. Per ben due volte ci eravamo addentrati nel bosco, lungo i sentieri battuti che dagli 800 metri di Villaretto portano su, fino ai 3538 del Rociamlon (Roccia Melone), senza mai trovare il luogo. In compenso trovavamo altri borghetti in pietra, abbandonati da decenni, diroccati, franati, in bilico sulla valle. Ma la posizione non coincideva mai, per via di una mappa che, a causa delle recenti frane e dell’oblio, segnava sentieri che non corrispondevano più alla realtà.

 

Non potendoci fidare più della mappa del nonno, ci siamo fatti dare da Valter, il padre di Stefania, i numeri delle particelle dei terreni in suo possesso, e dopo un attento lavoro di cartografia digitale, ho trasferito sul cellulare i punti che corrispondevano agli ormai famosi fabbricati rurali.

 

Tempo fa, muniti di zaino, cibo e spirito d’avventura, ci siamo incamminati, nonostante un cielo velato e la possibilità che, a 1300 metri di altitudine, ci fosse ancora neve.

 

Come sospettavamo, il sentiero che avevamo battuto le altre volte era sbagliato. Salivamo troppo lungo la parete rocciosa, mentre in realtà avremmo dovuto tenerci a valle della parete di roccia alla nostra sinistra, in modo da avere il torrente a destra, a poche centinaia di metri lì in basso. In effetti aveva senso: se doveste nascondervi per tanto tempo non lo fareste a pochi metri da una fonte idrica perenne? Inoltre, una stretta valle con la parete di roccia alla sinistra e il torrente a destra era il luogo ideale dove stare tranquilli, potendo controllare bene gli unici due punti di accesso.

 

Così, anziché seguire il vecchio sentiero, ci siamo addentrati nel bosco, in direzione di quel rudere ancora sconosciuto. Dritto per dritto. All’inizio con non poca difficoltà, visto che il versante, abbastanza scosceso e interrotto spesso da piccole frane, ci costringeva a camminare lungo il torrente e, talvolta, a risalire dei tratti impervi. Tutto in rigoroso silenzio e osservando spesso la cartina digitale sul mio smartphone, l’unico elemento che stonava in quell’atmosfera ferma a secoli fa…

 

Era come procedere a tentoni, nella storia, ma con un obiettivo fisso, immobile nel tempo e nello spazio.

Attraversando il torrente più volte, con un bastone di castagno a mo’ di appoggio, e seguendo le tracce dei cervi e dei cinghiali, dopo un’oretta di cammino siamo sopraggiunti in una radura, che corrispondeva proprio a uno dei fazzoletti di terra di Aldo.

 

Intorno a noi il suono del torrente, più che mai vivo per via della neve che si scioglieva velocemente a monte,  a malapena copriva quello della leggera pioggia di ghiaccio che cadeva dai rami delle conifere sugli spessi strati di foglie rosse. Immagini da lasciare senza fiato. Nonostante il freddo che gocciolava dall’alto e che dimorava nelle stalattiti di ghiaccio impostate sulle rocce fluviali, attorno a noi l’abbraccio delle montagne ci scaldava il cuore, i muscoli, la pancia.

 

Eravamo commossi come quando ritrovi un caro dopo tanti anni.

 

In quell’humus di ricordi l’acqua gelida risaldava legami col passato, cristallizzandoli in un presente che sembrava aver aspettato mezzo secolo per manifestarsi. Le voci degli antenati giungevano malinconiche e vive assieme al vento, il ringraziamento era luminoso come il sole che con maestosità faceva capolino tra le nuvole.

Restammo lì a lungo, ognuno nel suo spazio. Io a sedere su una pietra affacciata al torrente, lei poco più su, sulla neve, cantando a bassa voce.

 

A poche centinaia di metri, il rudere.

 

Sicuramente diverso da come doveva averlo lasciato Aldo, si notava che erano passati decenni. Ma quello che stupiva non era ciò che nel frattempo era crollato, ma quello che resisteva in piedi, come in un sito archeologico: il grosso macigno da cui erano state prolungate le 3 pareti in pietra, due delle quali ormai collassate, e i massicci tronchi che dovevano sostenere le “lose”, o lastre di ardesia, che fungevano da tetto. Su una pietra una data incisa: 1893.

 

Intorno, il bosco e una radura soleggiata, perfetta per le capre, cervi, e noi.

Siamo rimasti lì, imbambolati sull’erba, accanto a quella testimonianza, immaginando cosa volesse dire stare in quarantena, lassù, quando fuori c’era il rischio che ben altri virus, quelli fascio-nazisti, ti attendessero col fucile in mano.

 

Aldo passò quasi un anno così, e tanti altri alpini come lui, prima di organizzarsi, con altri compagni, perché ad un certo punto la Libertà comincia a chiamare, a scalpitare come un cavallo imbizzarrito, a trasmettere il messaggio che non c’è nulla da vivere, se non la si conquista e, se poi, non la si difende.

 

Buon 25 Aprile

 

 

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