Alla scuola Tekove Katu – Bolivia 2018

Quattro giorni di fuoco alla Tekove Katu. 150 ragazzi e ragazze, di cui un terzo ne conoscevo già dall’anno scorso, quando siamo venuti con Stefania per un mese a piantare alberi da frutto, piante medicinali e a fare dei corsi su educazione ambientale e medicine tradizionali, grazie ai fondi raccolti con la nostra Erboristeria Itinerante “La Banda dela Calendula”. Già arrivare e vedere ogni singolo studente che viene a salutarti e a darti la mano – anche se io rispondevo con un abbraccio, ma non sarebbe abitudine – è stato un inizio che non poteva non dare un’incredibile carica.

Insegnare qui non è solo trasmettere informazioni e passione, ma vuol dire far parte di un progetto davvero grande, quello della rivoluzione sociale indigena, cominciata più di 30 anni fa con la creazione del piano PISET (Produzione, Infrastrutture, Salute, Educazione e Terra e Territorio), attraverso il quale le varie assemblee indigene, riunite nella APG (Asemblea del Pueblo Guaranì) prendevano coscienza della necessità di custodire questi 5 pilastri per uscire dalla situazione disperata in cui si trovavano come minoranza etnica.

Oggi una parte di questa consapevolezza si è persa, molti giovani vengono alla scuola, che è  completamente gratuita, per uscirne come tecnici, dopo 4 anni, ed avere maggiori possibilità lavorative. Ma molti invece comprendono l’importanza della scuola e del loro ruolo nella società, grazie al costante lavoro dei docenti, principalmente volontari, che 6 mesi l’anno portano avanti la formazioni nei temi della Salute Ambientale, Infermeria, Nutrizionismo e Operatore Sociale Comunitario.

Tornando a questi giorni, ho cercato di vivere ogni ora in cui ero alla scuola per trasmettere – e imparare! – qualcosa che potesse essere davvero utile. Per questo mi sono concentrato meno sulle lezioni frontali teoriche – come avevamo fatto l’anno scorso – ma ho subito chiesto a tutti di organizzarsi e autogestirsi per occuparsi del mantenimento di 8 zone della scuola (che si estende per qualche ettaro). Dopo aver percorso in lungo e in largo il terreno della scuola, abbiamo identificato le cose più urgenti da sistemare e quelle per le quali invece ci sarà bisogno di più tempo e di risorse economiche. Dalla pulizia delle infestanti, al riciclo delle centinaia di bottiglie di plastica e vetro, alla riorganizzazione dell’ingresso, fino a un vero e proprio piano di raccolta acqua, dove i ragazzi hanno calcolato di quanti serbatoi avrebbero bisogno per assicurare l’acqua nell’epoca secca.

Il tutto con molte risate, musica (in cui anch’io mi sono esibito cantando De André e Bella Ciao, non senza inevitabili scherni), cultura (abbiamo visto Ciudad de Dios e Tambien la Lluvia) e commozione, soprattutto l’ultima sera in cui mi hanno espresso la loro gratitudine. Per non parlare del tempo passato con Tarcisio, Francesco e tutto l’entourage, con cui ogni volta ci confrontiamo sulle metodologie pedagogiche e sulle possibili strategie di rimodernamento della scuola, facendo attenzione però a conservare il suo sabor guaranì.

Mi sento fortunato ad essere parte di tutto ciò, e ve lo scrivo proprio per questo, per convincere a farne parte: continui stimoli accendono il cuore e la mente, mentre lo spirito si arricchisce grazie alla presenza di tante persone non ancora corrotte e perciò si riposa, in un ambiente più congeniale a lui/lei, dove il tempo non è denaro. I problemi ci sono, e sono tanti, ma stupisce la tranquillità con cui questi 150 giovani si adattano a una situazione che spesso può risultare scomoda, come la mancanza dell’acqua corrente – che obbliga tutto ad andare al pozzo ogni sera a prendersi il proprio mezzo secchio per lavarsi – all’alimentazione, povera e monotona.

Ma ciò che stupisce più di ogni altra cosa è la loro capacità di gestirsi e organizzarsi. In questi giorni non c‘era nessuno a dirgli cosa fare e come farlo, ma quelli del terzo anno avevano così abilmente trasmesso la disciplina (non in senso militare) che ogni mattina alle 7.30 tutti e 150 erano in classe per la lettura collettiva delle notizie della mattina, per i canti e per cominciare la lezione puntuali. Un doppio rintocco di “campana” (un pezzo di ferro appeso a un palo di legno) avvisa che è l’ora di riunirsi per decidere qualcosa, e i vari comitati (pulizia, manutenzione, piante, studio, salute, ecc) aggiorna tutti gli altri sulle novità, ogni lunedì mattina.

Non esistono gerarchie, salvo nel ruolo del mburuvicha, il “capo”, che viene scelto tra i ragazzi ogni 3 mesi, e che si occuperà di fare da referente principale per ogni questione ordinaria e straordinaria.

Infine, l’interculturalità: sono molte le etnie boliviane qui rappresentate, e per imparare a conoscersi ogni sabato gli studenti organizzano el Sabado Cultural, dove ogni gruppo etnico si esibisce in balli e canzoni tipiche della loro regione. Una festa, fondamentale per conoscersi e crescere, che li avvicina sempre di più gli uni agli altri, riempiendo di meraviglia e biodiversità l’aula magna della Tekove Katu.

In sintesi, ho fatto di nuovo esperienza di quei tre principi cardine che si auspicano in una società armonica: la Condivisione, l’Autogestione e l’Interculturalità. Quello che ancora manca, e su cui lavoriamo poco a poco ogni anno, è la sistemazione degli altri aspetti fondamentali: Frequenza delle lezioni, Igiene, Autoproduzione alimentare e Autosufficienza idrica.

Poi Utopia diventa Realtà.

 

Se sei interessato/a a un’esperienza nella scuola Tekove Katu scrivici! almacalende@gmail.com

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